Ormai lo smartphone è considerabile una nostra estensione, i social network sono i nostri mezzi di comunicazione e il nostro è un mondo sempre più virtuale. Tutto questo è, appunto per noi, normalità. Per noi, noi che viviamo questo mondo. Ma per coloro che questo mondo non lo abitano? Magari perché sono stati condannati ad una pena detentiva trent’anni fa e, solo ora, si stanno preparando a rientrare in libertà…ecco, ad esempio per loro, che mondo è? Come reagiranno loro a questo mondo?

Evidentemente questa è una domanda fondamentale per lo stato del Colorado, che ha promosso un progetto per favorire il rientro nella società a chi sta scontando la pena da decenni.

Per poter essere rilasciati, i detenuti devono frequentare un corso di rieducazione che, avvalendosi della realtà virtuale, porta il “nuovo” mondo esterno dentro le mura carcerarie. Il fine ultimo sarebbe quello di conferire loro le capacità e le competenze necessarie ad affrontare la vita al di fuori delle sbarre.

Tramite la realtà virtuale, i carcerati vengono immersi sia in circostanze di vita quotidiana (come la spesa al supermercato), che in situazioni singolari (immaginiamo le provocazioni di un cliente ubriaco in un pub). Valutando le loro reazioni alle diverse situazioni, è possibile correggere al meglio il loro comportamento per impedire che ricaschino negli stessi errori.

Ma rieducare, per contrastare la recidività dei detenuti, è solo uno dei principali scopi di questo programma. La maggior parte dei carcerati, infatti, soffre di stress post traumatico della vita di prigione. In questo caso, dunque, tale tecnologia può rappresentare uno strumento riabilitativo, oltre che un potenziale mezzo di risparmio economico, poiché potrebbe aiutare a ridurre i costi di presumibili terapie.

Vi è un altro aspetto però, assolutamente non trascurabile, che è stato trattato con l’aiuto della VR. È stata prodotta una serie di 3 cortometraggi in realtà virtuale per mostrare agli utenti la vita carceraria, vista con gli occhi dei detenuti e dei loro affetti. Perché per una completa riabilitazione della popolazione carceraria, è bene che anche la società comprenda i problemi e le difficoltà dei reclusi.