Quante volte cediamo all’idea della reincarnazione, dell’esistenza di vite passate per colpa di un déjà vu? Abbiamo già vissuto quel momento, ma non riusciamo a capire quando e non ci capacitiamo di come sia possibile.

Una spiegazione definitiva ancora non esiste, ma una delle varie ipotesi di questo mistero ricorre ad un modello di tipo olografico.

L’ologramma è composto da un insieme di informazioni essenziali per ricreare l’immagine nella sua interezza. In realtà, basta anche solo una minuscola parte dell’immagine per ricrearla nella sua totalità: minore però è il frammento, minore sarà la nitidezza dell’immagine.

I neuroscienziati hanno provato a considerare la memoria come un ologramma. Secondo questa logica, il fenomeno del déjà vu potrebbe essere connesso all’attivazione di un residuo di memoria troppo piccolo perché il ricordo risulti pienamente lucido.

Supponiamo che il ricordo venga depositato nel cervello sotto forma di ologramma. Questo ologramma contiene diverse informazioni sensoriali, cognitive ed emotive, in grado di ricostruire interamente quel ricordo. Supponiamo ora che una sensazione, un’emozione o un messaggio visivo rammenti un particolare di quel passato. In questo caso, da una singola percezione il cervello ricostruisce un ologramma 3D. Confondendo il presente con il passato, dunque, provoca in noi la sensazione di aver già vissuto quella situazione.

Ma perché allora non riusciamo a ricollegare lo stimolo alla memoria e a ricontestualizzare quel particolare ricordo? Il motivo risiede nel fatto che lo stimolo che innesca la composizione dell’ologramma è offuscato dalla nostra percezione cosciente.

Per dare una definizione di déjà vu, potremmo dire che è una versione tridimensionale della sensazione di aver già vissuto in precedenza quell’attimo.